Il sistema capitalistico e il suo superamento

La critica all’economia politica classica

Marx, seguendo il suo approccio materialista, pensa che per capire davvero la società moderna bisogna studiare i meccanismi economici che la determinano. Per questo, quando parla della società nata dopo la rivoluzione industriale del Settecento, usa il termine “modo di produzione” capitalistico. Nel suo libro più famoso, Il Capitale, Marx vuole analizzare questi meccanismi e scoprire la “legge economica” che regola il movimento della società moderna, con l’obiettivo di prevedere e favorirne il cambiamento.

Nel sottotitolo del suo libro, Critica dell’economia politica, si vede subito che Marx si distacca dagli economisti classici, come Smith e Ricardo, che lui considera troppo legati a idee “ideologiche” e “borghesi”. Questi economisti hanno sviluppato concetti importanti come il “valore”, l’accumulazione capitalistica” e il “profitto”, che Marx usa per la sua analisi. Tuttavia, secondo Marx, il loro errore è stato descrivere il capitalismo come se fosse l’unico sistema economico possibile, ignorando che è un sistema storico, cioè che ha avuto una sua origine e che può cambiare. Inoltre, gli economisti classici non hanno capito che il capitalismo contiene contraddizioni interne che ne portano alla fine.

Marx crede che il capitalismo, proprio per la sua natura, produca le condizioni per la sua stessa distruzione. Il suo compito, quindi, è quello di rivelare questi meccanismi nascosti, proponendo un’analisi economica “scientifica” e non ideologica, come quella dei suoi predecessori. In questo modo, Marx intende mostrare le forze che spingono il capitalismo verso la sua dissoluzione e il cambiamento.


L’analisi della merce

Marx inizia Il Capitale parlando delle merci, che per lui hanno due tipi di valore: il valore d’uso e il valore di scambio. Facciamo degli esempi: dieci chili di tè, un vestito, un paio di scarpe e una bicicletta. Il valore d’uso di ciascuno sta nella loro utilità: il tè ci disseta, il vestito e le scarpe ci proteggono dal freddo, la bicicletta ci permette di spostarci. In pratica, usiamo queste cose per soddisfare i nostri bisogni, che possono essere più o meno importanti o naturali.

Le merci possono essere scambiate tra loro direttamente (come avveniva con il baratto) o con il denaro. Ad esempio, dieci chili di tè potrebbero essere scambiati con un paio di scarpe. Ma come è possibile scambiare due cose così diverse? Questo avviene grazie al loro valore di scambio, che permette di confrontarle e stabilire quanto valgono l’una rispetto all’altra.

Marx spiega che il valore di scambio delle merci non dipende dal loro valore d’uso, ma dalla quantità di lavoro necessaria per produrle. Più tempo di lavoro è servito per fare un oggetto, più alto sarà il suo valore. Tuttavia, non conta quanto tempo ci mette un singolo lavoratore (ad esempio, uno lento o inesperto), ma il tempo medio socialmente necessario in un certo periodo. In altre parole, il valore delle merci si basa sul lavoro che serve in media per produrle.  

Tuttavia, Marx distingue il valore dal prezzo. Il prezzo può essere influenzato da altri fattori, come la disponibilità di un prodotto. Per esempio, in caso di carestia, il prezzo di un pezzo di pane potrebbe essere molto più alto del suo vero valore. Nonostante ciò, Marx crede che, in generale e in condizioni normali, la somma totale dei prezzi delle merci si avvicini al loro valore reale, cioè alla quantità di lavoro necessaria per produrle.


Il concetto di plusvalore

Marx, analizzando le merci, arriva a studiare una merce particolare: l’operaio, che viene acquistato dal capitalista per produrre altre merci grazie alla sua forza-lavoro. In cambio, il capitalista paga un salario all’operaio. Ma su che base viene stabilito questo salario? Secondo Marx, il salario dell’operaio corrisponde al valore dei beni necessari per la sua sopravvivenza e quella della sua famiglia (da cui il termine “proletario”, che significa “colui che ha solo figli da mantenere”).

Quando l’operaio vende la sua forza-lavoro al capitalista, ciò che produce non gli appartiene più, ma diventa proprietà del padrone. Immaginiamo che l’operaio lavori dodici ore al giorno, ma che in otto ore produca abbastanza merce per coprire il costo del suo sostentamento (“tempo di lavoro necessario”). Il suo salario corrisponde quindi a quelle otto ore. Le restanti quattro ore di lavoro, in cui l’operaio produce merce non pagata dal capitalista, sono un “pluslavoro”. Questo lavoro non pagato crea un valore aggiuntivo, che Marx chiama plusvalore, ed è la fonte del profitto del capitalista.

Il plusvalore nasce dal fatto che l’operaio lavora più di quanto riceve in salario, e quel lavoro extra va a beneficio del capitalista. Marx rappresenta questo processo con una formula: D-M-D’. Qui, D è il denaro speso per acquistare merci (come la forza-lavoro e i mezzi di produzione), M è la merce stessa, e D’ è il denaro guadagnato, che è maggiore di quello inizialmente investito. Questo processo dimostra come il denaro generi più denaro, una caratteristica del capitalismo.

Nel sistema pre-capitalistico, invece, il processo è diverso: M-D-M. Ad esempio, un contadino vende una parte del suo raccolto per ottenere denaro, che usa per comprare latte. Qui non c’è accumulazione di ricchezza, ma solo uno scambio di merci.

Il profitto del capitalista non coincide con l’intero plusvalore, anche se dipende da esso. Marx distingue tra capitale costante, cioè l’investimento in macchinari e materie prime, e capitale variabile, che è quello investito nei salari degli operai. Il plusvalore dipende dal capitale variabile, non da quello costante. Per calcolare il profitto del capitalista, bisogna sottrarre gli investimenti per le macchine e la loro manutenzione (capitale costante) dal plusvalore. Quindi, il profitto è sempre inferiore al plusvalore, anche se ne deriva.


I punti deboli del sistema capitalistico di produzione

Nel capitalismo, l’obiettivo principale è aumentare il profitto, e questo viene fatto cercando di aumentare la produttività. Per fare ciò, si introducono macchine e tecnologie che, con la stessa quantità di lavoro, permettono di produrre più merce. Questo aumento della produttività genera più ricchezza, che poi viene reinvestita per migliorare la tecnologia e aumentare l’efficienza. Storicamente, questo ha portato alla trasformazione dall’industria artigianale alla grande industria meccanizzata. Questa trasformazione ha conseguenze pesanti, anche se sembra che migliori le condizioni di vita in generale. La meccanizzazione peggiora la situazione dei lavoratori, aumentando l’alienazione di cui Marx parlava nelle sue prime opere. Le macchine rendono il lavoro ripetitivo e specializzato, e i lavoratori diventano semplici ingranaggi di una macchina, perdendo la possibilità di fare un lavoro completo. Il progresso tecnologico che porta alla grande industria finisce per danneggiare anche i capitalisti.

Marx parla di una legge chiamata “caduta tendenziale del saggio di profitto”, secondo cui, a un certo punto, il profitto dei capitalisti comincia a diminuire anziché aumentare. Questo succede perché, con l’introduzione delle macchineaumenta la parte del capitale investito in macchine e materie prime, mentre diminuisce la parte destinata al lavoro umano. Così, il profitto si riduce perché c’è meno lavoro umano, che è la fonte del plusvalore (il guadagno che il capitalista ottiene dallo sfruttamento del lavoratore). Inoltre, l’aumento dell’uso delle macchine porta a una maggiore disoccupazione, che crea povertà tra i consumatori, riducendo il loro potere di acquisto. Questo è un grosso problema per il capitalismo: più si producono mercipiù rischiano di restare invendute perché le persone non hanno soldi per comprarle. Anche se i capitalisti cercano di vendere all’estero, non possono evitare il collasso del sistema capitalistico. Alla fine, questo porta a una divisione sempre più grande tra i capitalisti, che diventano sempre più ricchi, e i proletari, che diventano sempre più poveri e numerosi.

Secondo Marx, nel capitalismo estremo vediamo da un lato l’espropriazione di molti capitalisti da parte di pochi, creando una ristretta élite industriale molto ricca, e dall’altro l’aumento della classe operaia sfruttata.


La critica dello Stato borghese

Per Marx, il problema del capitalismo si risolve eliminando le istituzioni dello Stato borghese. Secondo lui, cercare solo di riformare le istituzioni esistenti non basta, perché queste si basano su principi come la proprietà privata e la divisione del lavoro, che causano lo sfruttamento e l’alienazione dei lavoratori. Serve una rivoluzione radicale, che cambi alla radice queste condizioni e i rapporti economici, e questo processo, secondo Marx, non può essere pacifico.

Marx critica profondamente lo Stato moderno. Nella Prefazione a Per la critica dell’economia politica (1859), afferma che lo Stato non si può capire da solo o attraverso teorie generali sull’evoluzione umana (come pensavano gli idealisti), ma solo analizzando le sue basi economiche. Hegel, secondo Marx, ha commesso un errore pensando che lo Stato fosse il centro della vita sociale, subordinando a esso la società civile. Al contrario, Marx sostiene che lo Stato dovrebbe essere “riassorbito” dalla società civile, che ne è il vero fondamento.

Per Marx, lo Stato non rappresenta l’interesse comune, ma è uno strumento che difende i privilegi della classe dominante, che nell’Ottocento è la borghesia. Lo Stato moderno riflette i valori della società borghese, come l’individualismo e l’egoismo, contro cui Marx si scaglia. Questa società, fondata sulla proprietà privata, spinge le persone a pensare solo ai propri interessi, ignorando i bisogni degli altri. Anche la libertà, vista come il diritto di fare ciò che si vuole senza danneggiare gli altri, è una libertà “negativa”, limitata e individualista.


La rivoluzione e l’instaurazione della società comunista

Marx critica profondamente la società moderna e lo Stato che la sostiene, arrivando alla conclusione che è necessaria una rivoluzione per distruggere la società borghese, basata sull’egoismo, e abbattere le sue strutture militari e burocratiche. 

Tuttavia, per passare dal capitalismo al comunismo, Marx ritiene indispensabile un periodo di transizione. Durante questa fase, il proletariato, una volta conquistato il potere, diventa la classe dominante e instaura una “dittatura” temporanea per realizzare il progetto comunista.

Marx utilizza per la prima volta il termine “dittatura” in una lettera del 1852, spiegando che la lotta di classe deve portare a questa fase di transizione. Questo regime ha l’obiettivo di creare una prima forma di uguaglianzaanche se ancora imperfetta, eliminando gradualmente le istituzioni e le strutture della società capitalista. Alla fine, questa “dittatura” deve scomparire, insieme alle cause dell’antagonismo di classe e, in generale, a ogni forma di Stato.

La lotta del proletariato, quindi, non è più solo una battaglia contro la borghesia, ma un passo verso una società senza classi. In questa nuova società non esisterà più la proprietà privata: i mezzi di produzione saranno collettivi, e le disuguaglianze tra le persone saranno abolite. Si immagina una comunità di individui pienamente realizzati, liberi dallo sfruttamento e dall’alienazione, dove il lavoro non sarà più una merce da vendere. Con il superamento delle disuguaglianze, non ci sarà più bisogno di uno Stato, perché ci sarà un’armonia tra il singolo e la comunità.

Marx non ha mai descritto in modo dettagliato come sarà la società comunista, preferendo concentrarsi sulla critica della realtà esistente, cioè il capitalismo. Le sue idee sul comunismo emergono soprattutto come contrapposizione ai principi del sistema capitalistico, come lo sfruttamento e la proprietà privata. Il comunismo è pensato, dunque, come la negazione radicale di queste basi.

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